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7 gennaio 2010 - Milano, Ictus: chi sopravvive non si cura abbastanza per prevenirne altri

ictus

Un paziente su cinque non prende i farmaci che possono scongiurare un nuovo episodio.

Uomo avvisato mezzo salvato, si dice. Il proverbio però non è stato ben compreso da chi sopravvive a un ictus e quindi rischia grosso che gliene capiti un altro più grave: tanti, troppi non prendono i farmaci antitrombotici e anticoagulanti che possono ridurre la probabilità di un nuovo evento. Lo dimostra una ricerca statunitense, ma anche in Italia le cose non vanno molto diversamente.

DATI USA Lo studio, in uscita a gennaio sull'American Journal of Preventive Medicine, ha analizzato i consumi statunitensi di aspirina e altri antiaggreganti prendendo informazioni dal Medical Expenditure Panel Survey, che ogni anno elabora i dati di un campione rappresentativo della popolazione americana. I ricercatori hanno considerato gli anni dal 2000 al 2007, poiché è dal 1999 che nelle linee guida statunitensi si è indicata chiaramente l'opportunità di una terapia a base di aspirina o altri antipiastrinici per la prevenzione secondaria dell'ictus; nei 7 anni in esame, circa 4.200 persone fra quelle considerate nel database a disposizione avevano subito un ictus. Ebbene, il 20 per cento non prendeva poi alcun antitrombotico per scongiurare nuovi eventi. «A dispetto dell'aumento delle prescrizioni e anche del numero di farmaci a disposizione, negli anni non è cresciuta la quota di chi si cura in maniera efficace per prevenire un nuovo ictus – considerano gli autori –. L'aspirina continua a essere il medicinale più usato, viene scelta da quasi il 60 per cento dei pazienti».

ITALIA Conferma Roberto Sterzi, direttore dell'Unità di Neurologia e della Stroke unit del Niguarda di Milano: «Di certo c'è margine per migliorare ancora ed estendere la prevenzione secondaria coi farmaci, perché non tutti i sopravvissuti a un ictus la seguono. Anche lo studio Sirio, in Italia, ha evidenziato che c'è un'analoga percentuale di pazienti non trattati in maniera adeguata dopo l'evento». Sono i medici che non prescrivono a sufficienza i farmaci o piuttosto i pazienti a non volerne sapere della cura, magari perché temono effetti collaterali? «Fra i medici qualcuno ancora sottovaluta la necessità della prevenzione con antiaggreganti, ma sono sempre meno: con la diffusione delle linee guida SPREAD (Stroke Prevention and Educiational Awareness Diffusion) il numero dei diffidenti è sceso molto – risponde Sterzi –. Spesso sono i pazienti che non seguono a sufficienza la terapia, perché non hanno una chiara percezione delle conseguenze e dei rischi a cui si espongono». Sterzi sottolinea che il problema esiste con gli antiaggreganti tipo aspirina, che anche in Italia è la più diffusa e viene considerata di prima scelta dagli stessi specialisti, ma soprattutto con gli anticoagulanti che dovrebbero essere prescritti a chi soffre di fibrillazione atriale, uno dei fattori di rischio più importanti per l'ictus. «In questo caso sono anche i medici a non prescriverli quanto dovrebbero, per la paura di effetti collaterali come le emorragie – dice l'esperto –. Quando ci arriva un anziano con ictus che già soffriva di fibrillazione atriale, spesso e volentieri scopriamo che non era in cura con anticoagulanti. E in tanti casi la terapia non viene prescritta neppure dopo, purtroppo. L'ostacolo all'uso di questi medicinali è soprattutto costituito dalla necessità di continui esami del sangue per la valutazione dell'attività coagulativa. Da poco è disponibile dabigatran, un anticoagulante orale che non richiede controlli di laboratorio troppo stringenti: probabilmente questo aiuterà ad aumentare il numero di pazienti in cura», conclude Sterzi.

Elena Meli

Fonte Corriere della Sera