Nell’ultimo periodo, soprattutto dopo la morte di Eluana Englaro, molti dei dibattiti politici si sono concentrati intorno al tema del testamento biologico. Non esistendo ancora in Italia una legge specifica sul testamento biologico, la formalizzazione per un cittadino italiano della propria espressione di volontà riguardo ai trattamenti sanitari che desidera accettare o rifiutare può variare da caso a caso. L'argomento, eticamente sensibile, vede posizioni differenti fra correnti di pensiero diverse, sia politiche che morali. Abbiamo intervistato il dottor Luciano Orsi, responsabile della rete di Cure Palliative dell’ospedale Maggiore di Crema. Innanzitutto, prima che si creino degli equivoci, che cosa si intende quando si parla di testamento biologico?
«Il testamento biologico sarebbe un documento scritto in cui una persona informata della sua situazione clinica, dispone di accettare o no delle cure nel caso fose colpito da una malattia che gli toglie la capacità d'intendere e di volere». E che cosa si intende per idratazione o alimentazione artificiale? «L’idratazione, così come l’alimentazione, è considerata da quasi tutte le società scientifiche e da quasi tutte le società etiche una terapia. Terapia che viene messa in atto quando il malato, a causa di malattia, non può più nutrirsi o idratarsi autonomamente. La terapia di idratazione e alimentazione viene applicata con dispositivi medici di diversa natura (sondini, cateteri, tubi di plastica, eccetera)».
Su che cosa si basa la polemica? «I nodi della discordia sono diversi. La prima ombra: non esistendo una legge precisa in Italia in merito, ci si chiede se le direttive devono essere vincolanti o no per un medico. La letteratura internazionale e tutte le leggi delle nazioni che ne posseggono una a riguardo parlano di direttive anticipate e quindi di vincolo per il medico che è obbligato a procedere secondo quando dichiarato. L’Italia si è di recente espressa in modo diverso: pur con direttive anticipate, non esiste il vincolo del medico. Quindi un diverso agire da caso a caso. Una non conformità che non si addice al concetto di legge. Io credo che sia dovere dello Stato garantire la possibilità di far convivere punti di vista diversi. L’altro punto poco chiaro riguarda la confusione che esiste tra malato terminale e malato in stato vegetativo».
Che differenza c'è? «Nel caso del malato in stato vegetativo persistente, come nel caso Englaro, si tratta di una condizione continuativa di veglia incosciente. Nel caso di malato terminale si tratta di un malato nella fase finale della sua vita. L’irreversibilità della situazione è certa. In questo caso la deontologia medica specifica che il paziente non necessità di nessuna terapia, ma solo di assistenza medica di base». Cosa significa? «Per assistenza medica di base si intende tutto ciò che concerne l’igiene e la protezione da fattori esterni del paziente. La terapia invece prevede operazioni più invasive come idratazione, alim e n t a z i o n e tramite sondino, tracheotomia. Ma tutto questo è imposto al medico dalla deontologia solo se il paziente non è destinato a morte certa. Tornando al caso Englaro, per esempio, non c'era la certezza matematica che Eluana morisse».
Lei che vede ogni giorno pazienti in condizioni critiche o disperate, cosa vogliono i pazienti e i loro famigliari? «Quasi sempre i pazienti affetti da malattia terminale esprimono volontà di non trattamento alla fine del percorso. Semmai chiedono costantemente di alleviare il dolore e spesso noi condividiamo la richiesta. I parenti sono il contorno, ma allo stesso importanti per il benessere, seppur ancora temporaneo del malato. Spesso il nostro mestiere richiede anche un lavoro di psicologia. Bisogna tentare di educare il parente a rispettare la volontà del malato. Purtroppo non è sempre facile. A volte, per il genere di malattie che trattiamo, non c’è il tempo necessario a disilludere parenti e a preparare il malato. Nel caso contrario di una terminalità lenta, allora è possibile fare il possibile affinchè avvenga un’accettazione ed una separazione consapevole alla fine della malattia».
Che cosa significa togliere un sondino? «Anche in questo caso togliere un sondino può avere significati diversi. Nel caso dello stato vegetativo, togliere il sondino significa causare la morta del paziente. Nel caso della cure palliative, istituite fondamentalmente per dare sollievo fisico, morale e psicologico al malato, può essere corretto togliere il sondino, alleviando in quel modo una sofferenza ». Lei lo farebbe? E la struttura ospedaliera quanto conta in questa decisione? «Io non tratto stati vegetativi quindi il mio problema non diventa di ordine morale e non posso rispondere alla domanda. Certo l’ambiente ospedaliero conta». Di che cosa si occupa il reparto di Cure Palliative da lei diretto? «Il reparto si occupa di malati terminali ed ha lo scopo di combattere tutti i sintomi che fanno male all’ammalato.
Ci sono diversi generi di sintomi dolorosi: il dolore fisico, la nausea, l’insonnia, lì affaticamento nella respirazione. Ma dolori sono intesi anche quelli di ordine psicologico, spirituale, economico, sociale. In questo lavoro rientra anche la famiglia del paziente e l’effetto, positivo o negativo, che gioca a seconda dei casi. In caso di situazione famigliare delicata si cerca, per quanto possibile, anche di sciogliere i nodi esistenti e di creare una situazione di massima serenità per l’ammalato». Che cosa pensa dell’obbligatorietà dell’alimentazione? «Ribadisco che sul malato terminale sarebbe un errore madornale. Sul paziente in stato vegetativo dipende. Credo che l’opinione e la consapevolezza della persona direttamente interessata sia fondamentale. Credo anche che tutte le legislature straniere siano state chiare in merito e che anche l’Italia dovrebbe esserlo».
E che cosa pensa dell'attuale legge? «Penso che bisogna distinguere tra malato terminale e malato in stato vegetativo. Nel caso del malato terminale sarebbe deontoligacemente sbagliato applicate una terapia. Qui è sufficiete un'assistenza medica di base che accompagna un percorso destinato a concludersi con il deceso del paziente. Nel caso dello stato vegetativo credo che sia opportuno avere un testamento biologico per decidere liberamente di esere curata o no. In caso di ripensamento può comunque cambiare idea, così come avviene, di routine per un testamento patrimoniale».
Fonte: Cremonaweb