Spirit e Opportunity sono bravi oltre ogni aspettativa: a un centinaio di milioni di chilometri da noi, su Marte, non smettono di esplorare e fotografare con un’efficienza che nessun umano potrebbe vantare. Justin, invece, è solo bravino: in un laboratorio del Dlr, l’agenzia aerospaziale tedesca, ha imparato a svitare un barattolo, a versare l’acqua in una tazza e a preparare un caffè istantaneo. Ma le sue mani sono enormi (una volta e mezza le nostre), i movimenti lenti e goffi. Qualsiasi umano lo batte senza difficoltà.
Ecco la verità: un robot può correre sulla superficie ostile di un altro pianeta, ma non riesce ancora a farci da assistente, badante, infermiere. Mentre in Giappone si presentano cloni sempre più perfetti di Lolite bellissime, provocanti fino all’indecenza con labbra carnose e un vocabolario sofisticato, in Europa si stanno studiando i robot-servitori, umanoidi ma solo fino a un certo punto e decisamente asessuati. «Per la filosofia shinto le macchine sono accettabili se antropomorfe, ma qui è il contrario: la somiglianza non dev’essere esasperata». Lo spiega Bruno Siciliano, professore all’Università di Napoli Federico II, che ha a che fare i tipi come Justin: è lui, infatti, il coordinatore del nuovo progetto internazionale «Dexmart», che vuole superare i paradossi attuali e portare in casa i «personal robot», che un giorno - «entro 10-15 anni» - «coabiteranno con noi»: aiuteranno gli anziani, giocheranno con i bambini, assisteranno i disabili, faranno cose straordinarie e per molti spesso drammatiche, come pulire e cucinare, diventando presenze scontate, come oggi sono quelle di cellulari, pc e tv.
Dietro l’acronimo che forma la parola «Dexmart» c’è una sfida emozionante, finanziata dall’Unione europea con 6.3 milioni di euro: il neonato consorzio di sette istituzioni e centri di ricerca più un partner industriale (la Federico II di Napoli e l’Alma Mater di Bologna, con l’agenzia Dlr tedesca, il Cnrs francese, le università di Karlsruhe e della Saar e la Omg britannica) vuole realizzare creature con mani finalmente paragonabili a quelle biologiche, capaci di afferrare i tanti oggetti della quotidianità, esibendo precisione e delicatezza e sfruttando microcamere, sensori e software avanzati (che sconfinano nell’intelligenza artificiale).
«Dovranno imparare in modo creativo dai gesti degli esseri umani». E così diventeranno rapidamente baby-sitter o badanti ideali (o, meglio, rassicuranti maggiordomi). «Dovranno capire come replicare tante operazioni in modi sempre diversi, riconoscendo l’ambiente in cui si troveranno». Verrà loro insegnato a non fare nulla che danneggi i padroni (come aveva teorizzato Isaac Asimov), ma esigeranno pazienza e qualche forma di rispetto (le avventure salotto-cucina-camera da letto-bagno saranno evidentemente impegnative anche per macchine con barlumi di pensiero).
E illuminare i robot con adeguate capacità cognitive è «il punto delicato», spiega Siciliano. Di mezzo c’è, tra l’altro, la rivalità tra il sistema «Robotics» firmato Microsoft e quello open source Linux. «La discussione nel mondo accademico sui sistemi operativi è molto animata»: in casa ci vorranno menti elettroniche programmate per gestire il caso e gli imprevisti in tempo reale. Ecco spiegato perché può essere più semplice esplorare Marte che gestire nello stesso momento un microonde, un bambino che piange e un nonno che fa le bizze.
Fonte: La Stampa