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| Home | Socializzazione | Raccolta News | News Locali | Anno 2009 | Aprile | 22 aprile 2009 - Trieste, Un secolo di decessi: il cancro ha soppiantato il tifo |
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PRESENTATA L’ANALISI DI OLTRE 121 MILA AUTOPSIE REALIZZATE FINO AL 2000
A inizio ’900 colpiva la Tbc ma anche la colite. Sotto i 35 anni il 40% delle morti: oggi è lo 0,2%.
Malattie un secolo fa rare, come l’arteriosclerosi, gli infarti e i tumori al polmone sono diventate oggi la principale causa di morte. Al contrario, malattie un tempo frequenti come i tumori gastrici o quelli femminili, sono diventati meno frequenti: ci sono farmaci e medicina preventiva. Purtroppo aumentano però i decessi per neoplasie nei giovani: la causa sono le esposizioni ad agenti cancerogeni. Ma una volta si moriva anche di colite, oggi non più. Morivano i neonati e i bambini fino a cinque anni in proporzioni da massacro. Oggi non c’è nemmeno il ricordo di una così tragica situazione, eppure Trieste l’ha vissuta. La ricca città emporiale d’inizio ’900 era solo un frammento nel vasto proletariato dove la mortalità infantile non aveva pari in Europa: il 42 per 1000. Nelle altre grandi città, Vienna compresa, era della metà.
Ieri nell’aula magna di Cattinara è stato raccontato un secolo di salute e malattia a Trieste attraverso le vecchie autopsie. È stato infatti discusso l’eccezionale lavoro di analisi fatto dall’Anatomia patologica che ha riletto i 125.191 verbali autoptici dell’archivio, scritti dal 1901 al 2000, documento che non ha eguali in Italia.
Per le epoche più antiche si tratta di libroni vergati a mano, in italiano pur sotto l’Austria, e fortunosamente ritrovati: segno dell’altissima tradizione e intensa applicazione attorno a una disciplina indispensabile per capire le cause di morte, e dunque per studiare e rimediare.
Nell’appassionata relazione del direttore Furio Silvestri (erede di Luigi Giarelli a sua volta continuatore della scuola fondata da Simon Pertot) sono apparsi dati impressionanti. Di Tbc c’erano 5000-6000 casi all’anno di cui 900 mortali. La mortalità massima colpiva i 35enni. Dilagavano il tifo (per assenza di fognature e pozzi infetti) e infezioni d’ogni tipo. Le case, specie in Cittavecchia e a San Giacomo, erano di una-due stanze con una densità abitativa di 700 individui per ettaro, non c’erano gabinetti, si mangiava poco e male, non c’era riscaldamento. Si lavorava fino a 16 ore al giorno e tutti i mestieri più duri vedevano infanti a servizio senza alcuna protezione, bimbi emaciati giravano per le strade in veste di robivecchi.
Dalle autopsie, i cui registri sono stati scoperti per caso e con emozione in uno sgabuzzino da Rossana Bussani, docente e medico dell’Istituto di anatomia, è stato ricavato anche un elenco delle professioni esercitate da tutte queste vittime della morte precoce tra ’800 e ’900. Tra le più dimenticate, l’«impizaferai» e lo «studaferai», quelli che accendevano e spegnevano i fanali in strada, i fonditori, i «conzacareghe» (che aggiustavano le sedie rotte) e i «conzapignate» (che aggiustavano le pentole), e poi scalpellini e spazzacamini, girovaghi, liquoristi. E mendicanti.
Per contro, l’ospedale Maggiore, come ha raccontato Silvestri (presentato all’inizio dal direttore generale Franco Zigrino e da Vito Ninfo, direttore dell’Istituto di anatomia patologica di Padova), non era quella perla che sembrano raffigurare ancora oggi i suoi possenti muri in ristrutturazione: vi entravano anche animali, in compenso i malati uscivano e infettavano i sani, il sovraffollamento era da lazzaretto, mancavano le fognature, gli infetti stavano in giardino in casette non isolate. «L’ospedale - ha detto Silvestri - era l’epicentro del sisma sanitario di allora».
di GABRIELLA ZIANI
Fonte Il Piccolo